non poco tempo fa su queste paginette avevo assunto l’impegno – in realtà il piacere – di parlare con agio dell’osteria del viandante a rubiera; ecco, l’occasione è giunta. come taluni sanno, con alcuni amici condivido insane passioni quali pallalcesto, buoni vini e buoni cibi; e mentre sulla prima invariabilmente siam divisi, sui secondi più spesso troviamo l’accordo; fu così che emerse, quasi casualmente, la parola magica: non era abracadabra e neppure apriti sesamo! bensì bue grasso di carrù.

nessuno ne aveva mai mangiato prima ma tutti ne avevano sentito parlare; e così favoleggiando di questo nobile e antico animale da lavoro coscialunga, tipicamente di cinque anni e millecento chili di peso, ipotizzando onerose ed improbabili trasferte nella langa, mi venne spontaneo dire: sentirò dagli amici di rubiera, che infatti non si sono tirati indietro.

abbiamo avuto il nostro rendez-vous con le delizie della carne (formulazione per il vero assai ambigua) in una fredda sera di febbraio, data limite per l’esperienza sensoriale; siamo quattro – men only – ed il primo problema da risolvere è come principiare.

assodato che non puoi affrontare il bue grasso d’emblée, non perché lo vieti un qualche codice gastronomico ovvero le buone maniere, bensì perché il palato deve giungere adeguatamente preparato alla tenzone, escludiamo un primo piatto (su tutti avrei scelto il già gustato cibreo di patate in salsa di pomodoro con profumo di aglio e basilico) ed optiamo, anche per legittima curiosità della carta, per quattro diversi antipasti che divideremo fraternamente.

insalata di petto di pernice al rosmarino, che calma i primi appetiti.
zuppetta di lumache e champignon, insinuante e delicata al tempo stesso.
fegato di vitella al ramandolo con uva e pistacchi, di soave semplicità, ove l’aroma del fegato non è prepotente né sovrastante.
il gran crudo (pilastrini del diaframma, spinacino, carpaccio, forse altro ch’io non rammento più) cioé parti ignote ai più, slamate, lavorate in punta di coltello, e aromatizzate con semplicità ed efficacia.

uno champagne rosé accompagna degnamente con la sua mineralità, l’antipasto: è il brigandat citato qualche giorno fa.

ma non perdiamo tempo: ecco sua maestà il bue grasso di carrù, frollato come dio comanda, che il grande roberto gobbi ci presenta

siamo in quattro: le due bisteccone – ammira le marezzature di grasso, promesse di sapidità – pesano circa due chili l’una; vengono appena scottate, rigorosamente nature, al vaporgrill, che non carbonizza l’appoggio sulla griglia e non àltera menomamente il sapore (e il bruciato non solo non è buono, ma fa anche male).

quando la ciccia è pronta vien portata in tavola sotto una gigantesca scenografica cloche d’antan; tagliata (e puoi verificare che è al sangue – ma il sangue non si vede, non c’è, non ci deve essere! – e quindi, a scanso d’equivoci, chiamiamola anglofonamente rare) la stenderai sulla pietra lavica con letto di salina per completarne, a tuo insindacabile giudizio, la cottura.

un superbo barbera d’alba valletta 2001 di claudio alario accompagna il bue: una scelta del terroir, come dicono i benparlanti, validissima e non banale che l’amico mauro rizzi, sempre attento e competente, raccomanda anche in virtù di un favorevole rapporto q/p.

d’improvviso cala il silenzio a tavola, rotto solo da esclamazioni rattenute di… ebbene sì, piacere.

così capisci che il bue grasso di carrù, che si vende all’asta – vivo – per 5.500-6.000 euro, non è un bluff mediatico vetero-rimembrale, ma una realtà che, semel in anno, è cosa buona e giusta praticare.

una fresca misticanza ci consente adeguata transizione verso i dolci: trionfo di pasticceria con zabaglione caldo e tortino caldo di cioccolato (ma non escludo la presenza di altre delicatezze tanto la mensa era ingombra) che ci consentono di dar pressoché fondo alla chicca con cui chiudiamo, un vino da dolce di non frequente apparizione sulle mense: pineau des charentes rosé della maison fontenaud.

il pineau, mi si dice, ha la particolarità di non provenire dal vino, bensì dal succo d’uva cui viene aggiunto una piccola quantità di cognac; la fermentazione altozuccherina verrà poi arrestata da altro cognac e il tutto invecchierà in rovere fino a raggiungere il giusto equilibrio.

bene, che dire? viva il bue grasso e i carrucesi e viva soprattutto gli amici dell’osteria del viandante, in italia numero uno! (come diceva un noto cestomante).

Posted by stefano batisti, filed under Senza categoria. Date: Febbraio 27, 2008, 1:00 am | No Comments »

che è un gioco di parole ridicolerrimo, però mi mancava il titolo.

ci sono molti (bravi) ragazzi che su usenet oltre dieci anni fa diedero vita al newsgroup it.sport.basket e che, oltre a scriverne e discuterne animatamente - spesso con competenza ;) - di pallacanestro sovente ne praticano.

da scrivere a incontrarsi fu una cosa sola e da tutt’italia, semel in anno si ritrovano per un evento che hanno denominato ngasg (news-group-all-star-game) in location cestisticamente valide e talvolta pregiate – nel luglio 2006 fu il mitico madison di piazza azzarita; quivi si scontrano all’ultimo sangue (e il più delle volte l’abilità cestistica non è pari a quella dialettica) e vanno poi a ricomporre le differenti opinioni a tavola.

purtroppo non riesco a seguirli con quella continuità che vorrei né a contribuire fattivamente (come dicono i ben parlanti lurko, cioè leggo ma non scrivo) ma loro non mostrano d’adontarsene ed hanno la bontà d’accogliermi come vecchio amico in questo eletto convivio.

l’anno scorso fummo in veneto in quel di villorba per la xii edizione e decisi di locupletare l’eletta compagnia con l’ultima magnum di cabernet sauvignon riserva 2001 di tizzano che, se ben ricordo, fu gradita assai ancorché proveniente da un inveterato fortitudino (qual io sono e fui).

dell’evento – che del tutto indegnamente mi vide nella squadra vincitrice – meco porto nell’animo cara memoria; resta poi, grazie all’utilissimo gadget di divinoricordo,

la pregiata ma ahimé ultima etichetta del cabernet sauvignon 2001 dei visconti di modrone al recto

con le firme dei partecipanti tutti al verso.

e questo, per me, sono vino e basket assieme.

Posted by stefano batisti, filed under Senza categoria. Date: Febbraio 20, 2008, 1:00 am | No Comments »

non so come dire, è il mio periodo rosso (pablo diego josé francisco de paula juan nepomuceno maría de los remedios cipriano de la santisima trinidàd martyr patricio clito picasso – tanto nomini! – ha avuto quello blu) [ha fatto la battuta!].

e quindi andiamo, anche, di pinot noir e, quando son bollicine, di champagne rosé: qui il mio mèntore è mauro rizzi de l’osteria del viandante a rubiera che da tempo propone champagne di récoltants manipulants – cioè piccoli produttori che realizzano champagne più rustici, più contadini ma forse anche più autentici, più affascinanti, come scrive il grande daniele cernilli.

jean marc legouge-copin a verneuil

e pierre brigandat a channes:

due begli esempi di come si possa ancora bere ad ottimo livello e a prezzi accessibili (ma picasso ha avuto anche il periodo rosa; o rosé?) [ha rifatto la battuta!].

Posted by stefano batisti, filed under Senza categoria. Date: Febbraio 10, 2008, 1:00 am | No Comments »

20  Gen
false friends

alzi la mano chi non hai mai avuto la tentazione d’incastrare amici e commensali meno accorti gabellando loro il noto vino marchigiano come originario delle ricche terre del cuneese benedette anche dalla bianca trifola (prendo fiato…).

lacrima di morro d’alba 2005 della cantina di monte schiavo m’ha veramente colpito; perché la rossa polputaggine t’incanta sùbito, mai greve o prepotente; e che i marchigiani sieno, più che di rivalutazione, in via di maggior notorietà è buona nuova per chi ama un bere evoluto e consapevole.

Posted by stefano batisti, filed under Senza categoria. Date: Gennaio 20, 2008, 1:00 am | No Comments »

curioso ritegno talvolta afféttano amici quando, giunti al dolce, stranamente recàlcitrano nella scelta del vino con cui conchiudere.

paion bloccati dall’abbecedario del vinsanto-coi-cantucci o del rosolio-della-zia; in poche parole irrimediabilmente persi perché timorosi della taccia di vacua bambolerìa; e per cosa? pel gradimento del dolce gusto?

il sermone pseudo-pedagogico sarebbe lungo e noioso e al postutto inutile e quindi, sulla semplice constatazione che dolce è il profumo e il sapore dei primi istanti di vita, passo a raccontarti due raffinati veneti.

il classico e tranquillizzante recioto 1997 di corte rugolin, da uve corvina e rondinella

e l’emozionante torcolato 2003 di maculan da uva vespaiola;

 

un sontuoso mantello che t’avvolge e protegge e forse t’ammorba di dolcezza infinita

 

Posted by stefano batisti, filed under Senza categoria. Date: Gennaio 15, 2008, 1:00 am | No Comments »

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