non poco tempo fa su queste paginette avevo assunto l’impegno – in realtà il piacere – di parlare con agio dell’osteria del viandante a rubiera; ecco, l’occasione è giunta.
come taluni sanno, con alcuni amici condivido insane passioni quali pallalcesto, buoni vini e buoni cibi; e mentre sulla prima invariabilmente siam divisi, sui secondi più spesso troviamo l’accordo; fu così che emerse, quasi casualmente, la parola magica: non era abracadabra e neppure apriti sesamo! bensì bue grasso di carrù.
nessuno ne aveva mai mangiato prima ma tutti ne avevano sentito parlare; e così favoleggiando di questo nobile e antico animale da lavoro coscialunga, tipicamente di cinque anni e millecento chili di peso, ipotizzando onerose ed improbabili trasferte nella langa, mi venne spontaneo dire: sentirò dagli amici di rubiera, che infatti non si sono tirati indietro.
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récoltants manipulants
non so come dire, è il mio periodo rosso (pablo diego josé francisco de paula juan nepomuceno maría de los remedios cipriano de la santisima trinidàd martyr patricio clito picasso – tanto nomini! – ha avuto quello blu) [ha fatto la battuta!].
un’emozione da poco
più che normale/che un’emozione da poco/mi faccia stare male… perché mai disturbare la giovane hoxha (oxa) di quasi trent’anni fa?
proviamo a renderne conto: immagina uve sorbara trattate con l’amore di un metodo classico sebbene imbottigliate senza filtraggio, coi lieviti che continuano ad operare incessantemente.
roseo, lievemente torbido all’inizio, vieppiù nebuloso verso il fondo, è un gusto proibito che t’incasina come un fiocco in gola: sarà anche un’emozione da poco, ma rinnova quel farfallìo che potevi credere d’avere scordato.