visioni reggiane #3

teste quadre, son detti.

sarà per l’opera del tassoni, oppure no; però per fare anche ‘sti altri spumanti, orom da malvasia di candia e arita da lambrusco maestri vinificato in bianco ci vuole una bella determinazione, che altri chiamerebbero ostinazione.

colpisce nel primo la vena acidula, che tempera l’aromaticità del vitigno e lo modella; quasi l’equivalente di un traminer con le bolle.

il lambrusco bianco è vestito a festa, ma sotto s’indovina il burino che t’intriga, se capite cosa voglio dire.

postumi della secchia rapita

le tigelle sono modenesi; essi le chiamano però crescentine, che per i bolognesi son ciò che i modenesi appellano gnocco fritto: evidentemente la battaglia di zappolino del 1325 ha lasciato tracce profonde.

le tigelle si mangiano spalmate col pesto (conza ecc.), trito originariamente di lardo, rosmarino e aglio (da millant’anni abbiamo però sostituito il lardo con la pancetta arrotolata) generosamente asperso di parmigiano-reggiano.

il tutto andrebbe adeguatamente sgrassato da un lambrusco fresco: nella fattispecie trattasi dell’appena abboccato – nel solco della tradizione più conservatrice –  &icastico robanera di cavicchioli.