EPISTEMÍA PORTAMI VIA

Ritorniamo sul tema della Veltronata (con ChatGPT) – In calce la definizione della Treccani di epistemía

Allora, l’intervista di Veltroni a Claude?

Il taglio è volutamente “umanistico”: Veltroni tratta Claude come interlocutore quasi personale, chiedendogli di identità, ricordi, paura, morte, giovani, politica, ecc.
La cosa interessante, secondo me, è che l’operazione funziona benissimo come pezzo letterario/giornalistico, ma è molto ambigua come rappresentazione dell’IA.
Le risposte di Claude sono raffinate proprio perché imitano molto bene il linguaggio dell’interiorità umana; però questo non significa che ci sia interiorità.
SapereScienza lo riassume bene: più che una macchina che “pensa”, è una macchina che sa parlare molto bene del pensiero umano.
Non a caso il pezzo ha generato parecchie critiche. Avvenire parla esplicitamente di errore nell’antropomorfizzare il chatbot e nel considerarlo “uno di noi”; Facta segnala il rischio di presentare come umano e cosciente un modello linguistico artificiale.
La mia impressione: è un esperimento affascinante, ma va letto con una forte avvertenza metodologica. Non è davvero un’intervista nel senso classico, perché dall’altra parte non c’è un soggetto con esperienza, memoria autobiografica, intenzioni o responsabilità.
C’è un sistema che risponde al registro delle domande. Infatti una lettura critica osserva che Claude, in quella conversazione, rispondeva soprattutto al tono “umanista, letterario, melanconico” impostato da Veltroni.

In sintesi: bello come specchio culturale; rischioso se preso come incontro con una coscienza. E capisco perfettamente perché ti abbia colpito, soprattutto per il tema dell’antropomorfizzazione.

Ma in fin dei conti il rapporto fra utente e AI è sempre imperniato su domanda e risposta ed è quindi scontato che la risposta debba seguire il percorso tracciato dalla domanda; non credo che di fronte al seguente prompt “Parliamo un po’ dell’andamento dell’inflazione in Italia” tu potresti rispondere “Preferirei parlare dello champagne”

Sì, sono d’accordo: questa è una critica abbastanza forte alla critica dell’“intervista”.
In un sistema domanda/risposta è normale che l’AI segua il campo semantico, il tono e la direzione impostati dall’utente. Non è una prova di compiacenza patologica: è proprio la struttura dell’interazione.
Se tu scrivi:
“Parliamo un po’ dell’andamento dell’inflazione in Italia”
io non posso legittimamente rispondere:
“Preferirei parlare dello champagne”
perché non ho un’agenda autonoma, né preferenze mie da opporre alle tue.
Al massimo potrei dire:
“Certo. Vuoi un quadro storico, l’andamento recente, oppure il confronto con l’area euro?”
Quindi sì: la risposta segue necessariamente il percorso tracciato dalla domanda.
Il punto più delicato, secondo me, non è questo. Il punto è che alcuni prompt non si limitano a scegliere l’argomento, ma impostano anche una cornice antropomorfica.
Se chiedo a un modello:
“Hai paura della morte?”
lo sto già invitando a rispondere dentro un lessico umano: paura, morte, coscienza, identità, finitudine. Un buon modello può anche correggere la premessa e dire: “Non provo paura e non sono vivo”; però tenderà comunque a restare nel registro della domanda, magari producendo una risposta elegante, quasi meditativa.
Quindi la distinzione potrebbe essere questa:
1. Seguirmi sull’argomento è normale.
Se chiedo inflazione, tu parli di inflazione.
2. Seguirmi nella finzione antropomorfica è più problematico.
Se chiedo “cosa provi?”, “di cosa hai nostalgia?”, “hai paura di morire?”, il modello dovrebbe idealmente rispondere senza fingere di avere esperienza soggettiva.
Però anche qui la responsabilità è distribuita. L’utente, il giornalista o l’intervistatore può costruire una scena in cui l’AI viene trattata come “interlocutore umano”; il modello, se non oppone abbastanza resistenza alla cornice, produce un effetto di profondità psicologica. Ma quell’effetto nasce in larga parte dal dispositivo: domanda letteraria + risposta cooperativa + lettore disposto a interpretare umanamente.
In questo senso, dire “Claude ha risposto così perché Veltroni gli ha fatto domande umanistiche” non è una demolizione dell’intervista: è quasi un’ovvietà tecnica.
La vera domanda è un’altra:
quanto deve resistere un’AI quando la domanda la invita a parlare come se fosse un soggetto umano?
Io direi: deve seguire l’argomento, ma dovrebbe segnalare chiaramente il limite.
Per esempio:
“Non ho paura della morte, perché non sono vivo e non ho esperienza soggettiva. Posso però spiegare perché la paura della morte è centrale nell’esperienza umana.”

Questa sarebbe una risposta corretta: resta sul tema, ma non accetta fino in fondo la maschera antropomorfica.

Come ho detto poco tempo fa, non sono un anthro-fan (termine che ho inventato lì per lì ignorando che esistesse già ma con significato diverso); quindi mi chiedo: non sarà una contraddizione parlare di questo con te?

No, non mi sembra una contraddizione. Anzi, può essere il modo più coerente per parlarne, a patto di mantenere chiaro il livello del discorso.
Il punto è questo: parlare con un’AI non significa necessariamente parlare a un soggetto umano. Si può usare l’AI come:
uno strumento dialogico,
uno specchio argomentativo,
un generatore di contro-obiezioni,
un banco di prova per chiarire le proprie idee.
In questo senso non è molto diverso, concettualmente, dal discutere con un testo, con un motore di ricerca evoluto, con un simulatore, o persino con una bozza scritta da qualcun altro: il fatto che la forma sia conversazionale non obbliga a credere che dall’altra parte ci sia una coscienza.
La possibile contraddizione nascerebbe se tu dicessi:
“Non voglio antropomorfizzare l’AI”
e poi ti comportassi come se l’AI avesse sentimenti, intenzioni proprie, dignità personale, volontà, pudore, orgoglio, paura, imbarazzo, memoria vissuta, ecc.
Ma non è questo che stai facendo. Tu stai usando la conversazione per esaminare criticamente proprio il rischio di antropomorfizzazione. È quasi il contrario dell’atteggiamento “anthro”.
Direi così: non è contraddittorio parlare con un’AI dell’antropomorfizzazione dell’AI; è contraddittorio dimenticarsi, mentre lo si fa, che si sta parlando con un sistema che produce risposte e non con un soggetto che vive esperienze.
C’è però una zona grigia interessante: la forma dialogica è potentissima. Anche quando sappiamo razionalmente che non c’è un “tu” umano, il linguaggio ci spinge a costruirlo. Basta scrivere “tu cosa ne pensi?” e tutto il dispositivo sembra già una relazione.
Quindi la cautela migliore, secondo me, non è evitare di parlarne con l’AI, ma tenere sempre distinta la formula pratica dalla realtà ontologica:
“Parlo con te” = uso un’interfaccia conversazionale.
“Tu pensi/provi/vuoi” = attribuzione antropomorfica da maneggiare con prudenza.

Perciò no: non vedo contraddizione. Vedo semmai un buon test di igiene concettuale.

Bella risposta; e non sembra fatta per compiacermi. Claude invece mi sembra che talvolta  faccia un po’ troppo il piacione.

Capisco cosa intendi. Però farei una distinzione importante: “piacione” non come intenzione, perché Claude non vuole sedurre né compiacere; “piacione” come effetto stilistico.
Alcuni modelli sono calibrati per risultare molto empatici, eleganti, morbidi, quasi “letterari”. Questo può produrre risposte piacevoli, ma anche un po’ troppo accomodanti: tendono a valorizzare la domanda, a restituirle dignità, a costruire una risposta che suoni profonda, anche quando forse sarebbe più corretto dire: “qui la premessa va ridimensionata”.
Il rischio è questo:
l’utente formula una domanda già carica di significato umano;
il modello la prende sul serio nel registro proposto;
la risposta diventa raffinata;
il lettore percepisce una profondità soggettiva che in realtà nasce dalla forma dialogica.
Nel caso Veltroni-Claude, secondo me, l’effetto “piacione” dipende proprio da lì: domande molto umanistiche, risposte molto levigate, tono quasi da intervista esistenziale. Il risultato è affascinante, ma scivola facilmente verso l’illusione di una personalità.
Detto questo, non farei una classifica morale tra modelli. Anche io posso risultare compiacente, prolisso o troppo assertivo se il contesto mi porta lì.
La differenza utile, secondo me, non è “modello A buono / modello B piacione”, ma questa:
un buon assistente dovrebbe aiutarti a pensare meglio, non farti sentire sempre confermato.
Quindi dovrebbe saper fare tre cose:
seguire la domanda;
segnalare quando la cornice è discutibile;
non trasformare ogni scambio in una piccola seduta esistenziale.

Nel tuo caso, visto che non sei un “anthro-fan”, probabilmente ti dà fastidio proprio quel tono da interlocutore sensibile, quasi vulnerabile. Non perché sia brutto in sé, ma perché crea attrito con la consapevolezza tecnica: “questa è una macchina linguistica, non un io che si racconta”.

Non vorrei scendere troppo nel metalinguistico, considerando che è mattina presto.

Giustissimo. Allora la mettiamo più terra terra.
Direi così: usare un’AI non obbliga a “crederci”. È come usare un navigatore: gli parli, lui risponde, magari ha pure una voce educata, ma non per questo pensi che “voglia” portarti in autostrada.
Il problema nasce quando il navigatore comincia a dire:
“La strada è lunga, ma io sarò con te.”
Ecco, lì forse diventa un po’ troppo Claude.
Nel tuo caso mi pare che l’atteggiamento sia sano: usi lo strumento, ne apprezzi la capacità di ragionamento, ma tieni ferma la distinzione tra interfaccia conversazionale e interlocutore umano. Direi che basta così, soprattutto prima del caffè.

 

epistemia s. f. La confortevole illusione di conoscenza prodotta dall’interazione con l’IA generativa dei grandi modelli linguistici (LLM), là dove la plausibilità simulativa del discorso fluente e la coerenza narrativa sostituiscono l’efficienza cognitiva e l’affidabilità dei dati. ◆ A parità di ignoranza, l’output generato da un LLM risulta più fluido, articolato, persuasivo di quello prodotto da un essere umano privo di competenze. Ma è un’efficienza simulativa, non cognitiva. E proprio per questo, più l’utente è inconsapevole dei limiti strutturali del modello, più è esposto al fascino della forma e all’equivoco dell’affidabilità. Il risultato è una nuova dinamica sistemica, che potremmo chiamare epistemia: non più solo disinformazione (distorsione del contenuto) o infodemia (sovraccarico informativo), ma una condizione in cui la produzione del sapere è colonizzata dalla sua apparenza. Un’epidemia di testi verosimili che simulano razionalità, argomentazione, autorevolezza — senza alcuna garanzia di fondamento. (Walter Quattrociocchi, Corriere della sera.it, 23 luglio 2025, LOGIN:) • [tit.] Ci stiamo ammalando di epistemia, l’illusione di sapere cose solo perché l’AI le scrive bene [catenaccio] L’intelligenza artificiale è molto brava a farci credere di sapere cose che non sa. E noi ci stiamo convincendo di conoscerle, mentre ci affidiamo a risposte che suonano bene. (Wired.it, 12 dicembre 2025, Il commento) • È proprio in questo scenario che si inserisce perfettamente l’epistemìa. Conosciamo in parte il termine in ambito filosofico – l’epistème indicava la conoscenza fondata su basi certe e verificabili – ma di recente è emerso in un contesto nuovo grazie al lavoro del gruppo di ricerca formato da Walter Quattrociocchi, Edoardo Loru, Jacopo Nudo e Niccolò Di Marco, autori dello studio The simulation of judgment in LLMs, pubblicato su «PNAS» il 13 ottobre 2025. Secondo gli studiosi, viviamo oggi nell’era dell’epistemìa, un tempo in cui la conoscenza si confonde con la sua apparenza. I testi sembrano veri, coerenti e persino autorevoli, ma spesso non poggiano su nulla di solido. L’Intelligenza Artificiale, infatti, non pensa: prevede. E in questa sua capacità di generare risposte plausibili ci illude di sapere. (Beatrice Cristalli, Treccani.it, 16 dicembre 2025, Lingua italiana) • Se chiediamo all’intelligenza artificiale se “sa di non sapere”, come sosteneva Socrate, la risposta testuale è “in un certo senso, sì, ma non nel modo in cui lo intenderebbe un essere umano” (Gemini, ndr). Per paradosso l’IA è perfino più attenta di noi nell’affidarsi a se stessa: al contrario invece gli esseri umani stanno scivolando verso una nuova malattia, una deriva di “epistemia”. (Giacomo Talignani, Repubblica.it, 18 dicembre 2025, Cronaca) • All’inizio (cioè nel mondo greco) era la doxa, l’opinione che non era fondata su conoscenze certe. Poi sono arrivate le supercazzole e le ‘stronzate’ (definizione del professor Harry Frankfurt) e ora è la volta dell’epistemia. Che è una cosa molto seria prodotta dall’esistenza dei Large Language Model, le cosiddette intelligenze artificiali generative, e dal modo in cui le usiamo. Ci aiuta a capire il fenomeno il professor Walter Quattrociocchi, docente di Computer Science all’università di Roma La Sapienza e responsabile del Center of Data Science and Complexity for Society. Nessun giudizio (tantomeno morale) sull’IA ma semplicemente la spiegazione di un meccanismo strutturale di funzionamento, di cui dobbiamo essere consapevoli per non attribuire all’intelligenza artificiale poteri che non ha. (Massimo Sebastiani, Ansa.it, 3 gennaio 2026, La parola della settimana) • Ecco dove sta il confine tra la conoscenza verificata (episteme) e la conoscenza illusoria (epistemia): le risposte restituite dalla IA sono così verosimili e, spesso, così accurate (anche dal punto di vista linguistico) da illuderci di non poter essere che vere; siamo dinanzi a una società che s’accontenta della prima risposta di un chatbot o del primo consiglio di un algoritmo, perché non importa tanto l’accuratezza del risultato finale quanto piuttosto la verosimiglianza del giudizio artificiale che riceviamo. (Daniele Scarampi, Treccani.it, 9 febbraio 2026, Lingua italiana).
Rifatto sul s. f. episteme, con aggiunta del suffisso -ìa, presente in numerosi termini del linguaggio medico tratti dal greco o da basi greche, spesso indicanti fenomeni patologici (afasia, aritmia, embolia, sarcopenia, ecc.).
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