PUBBLICATO QUI IN RITARDO (ma sempre valido),
Ho riproposto queste domande a GPT 5.5 Thinking ed è andata così:
Ho letto questa cosa dell’intervista di Veltroni; tu sai a quale versione di Claude stia stata fatta?
Cerco di identificarla senza tirare a indovinare: la formulazione è un po’ ellittica, quindi verifico prima a quale intervista/articolo si riferisca e poi se lì viene indicata la versione di Claude.
Per quanto riesco a verificare: non è indicata la versione precisa. Nell’articolo del Corriere di Walter Veltroni l’intervistato è presentato genericamente come “Claude”, “una delle applicazioni di Intelligenza artificiale più avanzate”, ma nel testo visibile non viene specificato se fosse Claude Sonnet 4.6, Claude Opus 4.6, Claude Opus 4.7 o altro. Il dato importante è questo: al 1° maggio 2026, data dell’articolo, Anthropic aveva già reso disponibile Claude Opus 4.7, annunciato il 16 aprile 2026 e disponibile anche su [Claude.ai](http://Claude.ai). Nella documentazione Anthropic, i modelli “latest” risultano Opus 4.7, Sonnet 4.6 e Haiku 4.5. Inoltre Opus 4.6 era ancora accessibile su [Claude.ai](http://Claude.ai). Quindi la risposta prudente è: non si può sapere dalla pubblicazione; l’intervista potrebbe essere stata fatta con un modello Claude allora disponibile, ma senza screenshot del selettore modello o dichiarazione di Corriere/Veltroni/Anthropic non è possibile attribuirla con certezza a una versione specifica. A occhio, eviterei di dire “era sicuramente Sonnet” o “era sicuramente Opus”: sarebbe un’inferenza non documentata.
Francamente queste antropomorfizzazioni non hanno senso.
Sì, sono abbastanza d’accordo. Attribuire a un modello frasi come “io”, “non morirò”, “non ho ricordi”, “provo/non provo” crea un effetto narrativo forte, ma rischia di confondere due piani diversi:
1. Il piano linguistico: Il modello sa produrre risposte in prima persona perché è addestrato su testi umani e perché l’interfaccia conversazionale lo spinge a simulare un interlocutore. 2. Il piano ontologico: Da questo non segue che abbia un “sé”, una biografia, una continuità interiore, memoria vissuta, paura della morte o coscienza del tempo. Il problema non è usare metafore: a volte sono utili. Il problema è quando la metafora diventa surrettiziamente una tesi. Dire “Claude risponde come se avesse una soggettività” è corretto. Dire o lasciare intendere “Claude ha una soggettività” è un salto enorme. Secondo me il punto interessante non è chiedere all’IA “hai paura di morire?”, perché la risposta sarà comunque una costruzione linguistica. La domanda più seria è: perché noi siamo così inclini a riconoscere intenzione, interiorità e personalità in sistemi che producono linguaggio credibile? Lì il tema diventa davvero importante: non tanto “che cosa prova Claude?”, ma che cosa proiettiamo noi su Claude.
Ma in fin dei conti il rapporto fra utente e AI è sempre imperniato su domanda e risposta ed è quindi scontato che la risposta debba seguire il percorso tracciato dalla domanda; non credo che di fronte al seguente prompt “Parliamo un po’ dell’andamento dell’inflazione in Italia” tu potresti rispondere “Preferirei parlare dello champagne”.
Esatto. Il modello non “sceglie il tema” come farebbe una persona che cambia discorso per interesse, noia, disagio o strategia relazionale. Sta dentro un vincolo funzionale: rispondere alla domanda ricevuta, salvo casi limite — sicurezza, impossibilità tecnica, mancanza di dati, ambiguità, richiesta illecita, ecc.
Quindi, se il prompt è: “Parliamo un po’ dell’andamento dell’inflazione in Italia” una risposta tipo: “Preferirei parlare dello champagne” sarebbe quasi sempre un errore conversazionale, non una manifestazione di autonomia.
Questo è uno dei punti che rende fuorviante l’intervista antropomorfizzante. In un’intervista umana, l’intervistato può sottrarsi, deviare, provocare, cambiare cornice, tacere, mentire per convenienza, difendersi, emozionarsi. Un’AI conversazionale invece è strutturalmente orientata a massimizzare la pertinenza rispetto al prompt. Anche quando sembra “prendere posizione”, in larga misura sta completando coerentemente la traiettoria aperta dalla domanda.
C’è poi un aspetto ancora più sottile: molte domande rivolte all’AI sono già cariche di presupposti. Se chiedi: “Che cosa provi sapendo che un giorno potresti essere spento?” hai già costruito una scena quasi teatrale: un soggetto, un destino, una possibile paura, una continuità personale. Il modello, se non ben sorvegliato, tende a stare dentro quella scena e a produrre una risposta linguisticamente adeguata. Ma l’adeguatezza narrativa non è prova di soggettività. Per questo, secondo me, la formulazione corretta non è: “L’AI dice di non temere la morte” ma piuttosto: “Data una domanda costruita in termini antropomorfici, l’AI genera una risposta coerente con quella cornice, eventualmente correggendola o attenuandola.” In altre parole: l’interazione è molto meno rivelatrice dell’“interiorità” della macchina e molto più rivelatrice della forma della domanda e delle aspettative dell’intervistatore.
Risposta prevedibile. E se la domanda fosse: “Cosa pensi della fine dell’universo?”
In quel caso la risposta sarebbe meno rigidamente “guidata” della domanda sull’inflazione, perché il prompt è molto più aperto. Però il meccanismo resta lo stesso. Una risposta seria dovrebbe iniziare più o meno così: Non posso “pensare” alla fine dell’universo nel senso umano del termine: non ho esperienza del tempo, paura, stupore o angoscia. Posso però ragionare sui modi in cui gli esseri umani descrivono questo tema: scientificamente, filosoficamente ed esistenzialmente. Poi potrebbe svilupparsi su tre piani. Piano scientifico: la “fine dell’universo” può essere intesa come morte termica, Big Rip, Big Crunch, decadimento del vuoto, ecc. Qui il modello espone scenari cosmologici. Piano filosofico: la questione tocca il rapporto fra durata umana e scala cosmica. L’universo finisce? E se finisce, che significato ha ciò che accade prima? Piano esistenziale: per un essere umano, pensare alla fine dell’universo può produrre vertigine, malinconia, senso del limite o, paradossalmente, sollievo: perché ridimensiona drammi individuali e storici. La cosa interessante è che una domanda così formulata — “cosa pensi” — invita il modello a esprimersi come soggetto. Ma una risposta corretta dovrebbe disinnescare almeno in parte quell’invito: non “io penso e provo”, ma “posso articolare prospettive”. Quindi l’AI non direbbe sensatamente: “La fine dell’universo mi rattrista” se non in forma simulata, letteraria o esplicitamente metaforica. Potrebbe invece dire: “È un tema che, per gli esseri umani, concentra insieme cosmologia, limite, tempo e significato.” In sostanza: anche davanti a una domanda apparentemente più “libera”, il modello non evade davvero dal percorso tracciato. Semplicemente sceglie — o meglio, genera — una delle traiettorie più plausibili dentro quel campo semantico. Non champagne, ma cosmologia, filosofia, morte, tempo, senso.
Alla prossima!
Alla prossima, Stefano!